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Una vita al circo

 25/09/2025
 Notizie

Il 18 settembre è morto Gerold, piccolo fratelllo di Gesù, ex-operaio nel mondo del circo. 

Lo ricordiamo con le parole di un suo diario e lo affidiamo all'abbraccio del Signore di ogni vita. 

 

Il quotidiano «La Croix»: «Una sera di Natale: e il tendone divenne cattedrale».
«...Il padrone del circo prende il microfono e pronuncia una bellissima professione di fede: «Riempite le braccia di fiori di fiori e decorate i vostri cuori per unirvi alla festa dell'umanità intera... Stasera, anche la notte diventa luce. Perché Dio è qui. È vita, promessa, amore. Tutti comprendono la debolezza di un bambino... Il male non avrà l'ultima parola. Il futuro ci è aperto fino all'eternità".
Silenzio... e il diacono affida una candela al padrone del circo dicendogli: “Ecco la luce di Cristo, guidateci al suo seguito!”.

Ci sono sicuramente alcuni che hanno trovato l'articolo meraviglioso: «Niente ostentazione, niente finzione, niente soldi»: elefanti, leoni, cavalli, cammelli, «in processione» dietro «Noè» con la candela in mano, simbolo della luce di Cristo. Il tendone del circo, simbolo dell'Arca, «la tenda dei nomadi» che ospita il presepe. Il proprietario del circo, come un «Nuovo Noè», che ci guida al seguito del Nuovo Adamo.

Mi è venuto mal di pancia leggendo l'articolo. Ci sono strane differenze tra il modo di vedere le cose e le realtà vissute.
Il padre del padrone del circo era direttore di un circo dove lavoravo un tempo. Una volta l'ho visto all'uscita della Messa. Era durante l'inverno, a nord di Parigi. Non sono più riuscito a entrare in quella chiesa. Aveva “lanciato” al mio caposquadra una professione di fede diversa da quella di Natale, ma che almeno aveva il merito di esprimere la realtà del circo, quando questi gli chiedeva un “piccolo bonus” a causa del lavoro molto duro della nostra squadra: «È questo che ci vuole: lavorare molto e guadagnare poco!».
Ci sono abissi così profondi dentro di noi e tra di noi che non riusciamo a colmarli e non ci piace molto che la luce di Cristo li illumini. Ma ora che è morto dico: «Pace all'anima sua!». Perché cosa sono i nostri pochi anni di vita rispetto all'eternità? E io ho bisogno tanto quanto lui del perdono degli altri. L'eternità durerà abbastanza a lungo da illuminare i nostri abissi e colmarli, spero.

È difficile scrivere qualcosa sulla «vita del circo». Una volta, una giornalista è venuta in un circo in cui lavoravo per scrivere un articolo sulla vita del circo “dietro le quinte”. Ciò che è riuscita a fare è stato umiliare le persone e privarle del poco di dignità che gli era rimasto. Quello che voglio cercare di dire non sfugge alla stessa difficoltà, ma almeno il percorso è ben tracciato: ciò che ho vissuto al circo, come l'ho vissuto, perché l'ho vissuto, fa parte di tutta la mia vita, limitata, particolare, con alti e bassi, con il bene e il male come ogni vita, e cerco di esprimere e comunicare a chi lo leggerà qualcosa in questo senso.

Ho visto la gioia dei bambini, ho sentito le loro grida di allegria (erano 5000 sotto il grande tendone a Parigi), ho “contemplato” i “brillanti riflessi dorati” nei loro occhi, li ho sentiti parlare con la giraffa, li ho visti avere paura e piangere davanti alla gabbia dei leoni, delle tigri e delle pantere, ammirare la ruota del pavone e lo splendore dei colori del pappagallo, essere pieni di stupore davanti agli elefanti... E questo mi ha incantato per tutti questi anni e mi ha spesso aiutato ad andare avanti. Il circo è rimasto per me il simbolo del piacere innocente e dello stupore, e io ho contribuito a questo ogni giorno. Ma ho vissuto dietro le quinte, non sotto il sole, e dove c'è il sole, c'è l'ombra. Quando penso a quell'ombra e a coloro che vi vivono, le parole di Cristo illuminano quell'ombra: «Venite tutti a me, voi che faticate e siete oppressi, io vi darò ristoro...».

Quando ho iniziato a lavorare in Spagna, vivevamo in nove in un camion, in un angolo del circo: due letti a quattro piani, un letto sopra la cabina dell'autista. Era più che sufficiente: eravamo raramente lì. Lungo le spiagge spagnole, il circo si spostava tre volte alla settimana, ogni viaggio significava 30-35 ore di lavoro, intervallate dal caffè al bar la mattina e dai due pasti: lavoro di giorno - spettacolo - smontaggio di notte - viaggio - montaggio di giorno - spettacolo - dormire. La “feria” era la festa: a volte restavamo sul posto anche nove giorni. Erano i “periodi di punta” che ci sfinivano, in Spagna come altrove. Una volta, in Francia, mi sono ritrovato al volante del camion per 44 ore, più due volte due ore per dormire: in totale 48 ore. Esaurito, distrutto e colpevole. Il verdetto è forse inappellabile: irresponsabile? Anche con questo devo convivere.

A causa dell'intensità di questo tipo di vita, del continuo superamento dei limiti, della continua esperienza che i limiti «non ci sono ancora», la “sfida” come norma di vita, che alla fine costituisce la vita normale, nasce la tentazione dell'orgoglio-disprezzo, coppia inseparabile: disprezzo verso chi “se ne va”, disprezzo verso chi ha scelto una vita al riparo .



Più l'altro sta male, più è allo stremo, più grande è la tentazione di dire: «È colpa sua» e lo rendiamo responsabile della sua miseria... Ho lavorato per una settimana, in Germania, in un'azienda fieristica: in una roulotte fatiscente e puzzolente, viveva un bavarese di 53 anni, che si occupava da solo di 28 pony: spazzolarli, dar loro da mangiare, pulire la stalla, trasportare il letame nei campi... dodici ore al giorno e quattordici la domenica, per 500 marchi al mese. Colpa sua? Mi ha raccontato un po' da dove veniva. Dopo una settimana me ne sono andato. Li ho lasciati soli nella loro miseria, lui e i poveri sfortunati in Belgio. La mia colpa? Mi sono salvato la pelle. Lungo la strada ho incontrato un barbone che spingeva la sua bicicletta carica di bottiglie di birra. Abbiamo bevuto due bottiglie insieme. Gli ricordavo, diceva, un amico... Un tempo aveva lavorato in un circo tedesco.

Per anni sono stato al tendone, a montarlo e smontarlo, ad arrotolare e srotolare la tenda, a piantare i picchetti, a trasportare le assi... Odiavo smontare il tendone - lavorare, stanco, tutta la notte a un ritmo infernale - ma il mio incubo degli ultimi 4 anni erano i buchi dei ganci da riparare. Sono stati loro a stancarmi definitivamente. Il tendone era montato su piazze asfaltate, bisognava “tappare i buchi” con un tappo di cemento per finire. Duecento buchi, e a volte l'asfalto aveva ceduto sotto la tensione della trazione, e le lastre di asfalto erano state strappate via. Gli altri erano a letto da tempo – riposo più che meritato – e io stavo ancora cercando i “miei buchi”, perché era buio. Mi consideravo fortunato quando non pioveva. Quindi, tutto è relativo.

Per non disgustare completamente chi leggerà tutto questo, va detto che la medaglia non aveva un solo lato: i gesti di amicizia, gentilezza e attenzione diffondevano il loro calore tanto più quanto più freddo era l'inverno. Durante i periodi felici dei miei anni in Spagna, ogni tanto ci concedevamo una festa sotto il tendone, e un altro orizzonte, insospettabile, appariva come per miracolo. Le feste di Natale e Capodanno rimangono impresse nella mia memoria, segni di speranza che nel profondo dei nostri cuori induriti rimane, in un angolo, un fuoco acceso che rifiuta di spegnersi.
Ricorderò sempre un padorne di circo italiano, un po' rude e chiassoso, era incapace di essere cattivo. Lo vedo ancora accompagnare i convogli del circo sulla sua moto, una Honda 1200. La sua vanità era quella di un bambino: una volta si era fatto fotografare nella sua Cadillac con sei motociclisti che lo scortavano: un vero e proprio spettacolo, la sua onestà nei nostri confronti era esemplare. Quando il circo fallì, fummo pagati correttamente. Clown nato, ho visto il suo numero centinaia di volte, e ogni volta era nuovo. È morto, e incontrarlo di nuovo un giorno, quando l'altra porta si aprirà, mi darà un immenso piacere. Non riesco a immaginare che non mi offrirà un Ricard. Durante l'attesa, dico anche: «Pace all'anima sua».

Gesti, sorrisi e risate, parole, comportamenti ed eventi... forse senza grande significato visti dall'esterno, quando si compiono in una vita in cui il sole spesso si nasconde dietro le nuvole, diventano segni di speranza.

All'inizio della mia ultima stagione, ho fatto una solenne promessa al mio fedele compagno, il mio corpo, in condizioni piuttosto pietose: «So che non ce la fai più, ma, sai, se smettiamo adesso, se non resistiamo ancora un anno, siamo entrambi messi male. Ma te lo prometto: a gennaio smettiamo».


La direzione del circo è stata molto corretta: mi hanno fatto un regalo d'addio - non ho chiesto nulla e il circo non era obbligato a farlo - un contratto di lavoro di un anno, e ho potuto iscrivermi alla disoccupazione fino al pensionamento. Le persone del circo non smettono mai di stupirmi. Accanto a una durezza di ferro, sono capaci di una generosità del tutto spontanea.

Rimarranno impressi nella mia mente i volti fraterni e accoglienti delle persone che ho incontrato in tutti questi anni. Le mie visite al circo erano limitate da una vita frenetica e improvvisata, in continuo adattamento alle esigenze degli spettacoli e dei viaggi, alle intemperie, all'inverno, agli imprevisti. Queste visite erano caratterizzate dalla rassegnata accettazione di essere sporco e con la barba lunga, di essere preoccupato soprattutto della mia sopravvivenza.
Resteranno impresse in me le fraternità ed i volti accoglienti dei fratelli, ogni volta una sorta di sogno: provenendo da un mondo diverso e tornandoci dopo poche ore o pochi giorni, era come un sipario che si apriva e si richiudeva immediatamente su mondi con leggi proprie, spesso in contrasto tra loro. La comprensione reciproca era limitata, l'accoglienza no: ne conservo una gratitudine senza ombre.

Le parole del Vangelo continuano a vivere in me, quelle che erano lì al risveglio, durante le giornate e mentre mi addormentavo per lunghi anni: «Abba, Padre»... «e voi siete tutti fratelli». » «Padre nostro... perdonaci... come noi perdoniamo...» «Venite a me, voi tutti che faticate e siete oppressi, io vi darò ristoro. Ora come un tempo sulle strade di Francia e Spagna, mi accompagnano coloro che ho incontrato, conosciuto e amato, di cui ho ammirato il coraggio e la cui forza di speranza mi ha stupito e incoraggiato, e la cui gentilezza e il cui sorriso mi hanno confortato. Volti vivi e vicini, come quello di quel giovane «senza padre né madre» che, come per miracolo, è stato accolto da una famiglia in un villaggio spagnolo; volti che chiamo per nome e di cui sento la voce: François, originario di Valencia, non poteva che essere gentile e buono; Casimir, un gran chiacchierone, ma quando avevo bisogno di lui era sempre lì; Wojtek, che illumina e riscalda la mia esistenza, anche se non abbiamo mai scambiato una parola: lui parlava solo polacco, io non capisco una parola...

Lampi di speranza - tristezza opprimente: ci sono tutti quelli che la speranza ha abbandonato. Spero di rivederli tutti un giorno in un mondo di cui parla l'Apocalisse di San Giovanni: (Apocalisse 21,3-4)

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini.
Egli dimorerà con loro.
Essi saranno il suo popolo ed Egli sarà
il Dio che è con loro.
Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi.
Non ci sarà più la morte. Non ci saranno più
né lutto, né grida, né sofferenza,
perché il mondo antico è scomparso».

Ecco la bontà di Dio tra gli uomini.
Egli dimorerà con loro...
Perché il mondo antico è scomparso!